Si chiama ukiyo-e, letteralmente ‘pitture del mondo fluttuante’, quell’affascinante forma d’arte giapponese che comprende le stampe, o meglio le xilografie, prodotte in Giappone tra il 1650 e il 1900. Le shin-hanga, o ‘nuove stampe’, sono invece quelle realizzate nel XX secolo, rivisitando le tecniche tradizionali…

La tradizione xilografica giapponese ( un approfondimento)

“La tecnica della xilografia fu introdotta in Giappone dalla Cina nell’VIII secolo e per circa 800 anni fu monopolio dei monasteri buddhisti che se ne servivano per diffondere i testi sacri. Nel XVII secolo, dopo la pacificazione del Giappone, prostrato da decenni di sanguinose guerre civili, ad opera di tre condottieri (Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu) nel paese rifiorirono le attività economiche e la nascita di una classe media di mercanti e piccoli imprenditori che rapidamente, grazie alla loro intraprendenza, si arricchirono alle spalle della classe dominante, i samurai. E’ proprio grazie a questi nouveaux riches che la xilografia diventa un’arte vera e propria. La produzione di libri stampati passa nelle mani di imprese con finalità schiettamente commerciali: ormai c’è un pubblico i cui gusti vanno serviti e assecondati (o, proprio come succede oggi, manipolati dai produttori stessi). Naturalmente, a un aumento sempre crescente della richiesta di stampe e libri illustrati, fa riscontro una rapida evoluzione delle tecniche di stampa e di distribuzione. Fino all’alba del XVIII secolo le stampe erano in bianco e nero e veniva utilizzata una sola matrice di legno. Poi appaiono quelle colorate a mano e, verso la metà del secolo, le prime vere stampe policrome. Padre dell’ukiyo-e è da tutti considerato Hishikawa Moronobu (1618-1694), l’artista noto per i suoi album erotici. Ma sono degli ultimi decenni del XVIII secolo i tre artisti forse più grandi di tutto l’ukiyo-e: Suzuki Harunobu (1725-1770), insuperato poeta del quotidiano e creatore di un canone di bellezza quasi adolescenziale; Torii Kiyonaga (1752-1815), autore di splendidi dittici e trittici che presentano donne slanciate e statuarie, spesso ritratte en plein air; Kitagawa Utamaro (1753-1806), sommo cantore della bellezza femminile in tutti i suoi aspetti. Nella prima metà del XIX secolo giganteggia, invece, Katsushika Hokusai (1760-1849), l’artista estremo-orientale più conosciuto in Occidente, grandissimo paesaggista, ma eccellente in tutti gli stili e con tutte le tecniche. L’altro grande paesaggista del periodo è Utagawa Hiroshige (1797-1858), uno dei primi artisti giapponesi ad essere apprezzati in Europa, nella seconda metà dell’Ottocento: alle sue composizioni si ispirarono artisti del calibro di Van Gogh e Toulouse-Lautrec.
Dopo la caduta del governo militare e la restaurazione del potere imperiale nel 1868, il Giappone si apre all’Occidente e conosce una rapidissima modernizzazione, che si ripercuote ovviamente sulle arti tradizionali: non fa eccezione l’ukiyo-e, legato com’era a un ambiente sociale che rapidamente scompariva. Inoltre l’arrivo di nuove tecniche di riproduzione (e della fotografia) causa un declino della vecchia arte xilografica.Tuttavia, nel XX secolo la xilografia continua a esistere come uno dei tanti media di cui l’artista giapponese dispone per esprimere il suo mondo. Si possono individuare due correnti principali. La shin-hanga (stampa rinnovata) mostra ancora una certa fedeltà agli stili del passato, reinterpretati però modernamente.
La sôsaku-hanga (stampa creativa) invece, molto più influenzata dall’arte occidentale, rompe completamente con il passato e non pone alcun freno alla fantasia dell’artista…”

Stavo girellando per il web alla ricerca di un immagine “made in japan” e mi sono imbattuta in alcune xilografie giapponesi bellissime, gli hanga appunto… Mi sono così tanto appassionata che ho deciso di postare la storia della tradizione xilografica giapponese…
Ora però passiamo alla ricetta…se avete ancora voglia di leggere qualcosa…;-)

Tori no sakamushi

Petto di pollo grammi 400
Sale 1 cucchiaino
Sake 60 ml
Porri 2
Zenzero fresco 10 grammi

Salsa:

Porro tritato circa 20 cm
Salsa di soia 4 cucchiai
Aceto di riso 4 cucchiai
Olio di sesamo 2 cucchiai
Zenzero grattuggiato 2 cucchiai

Tagliate lo zenzero a fette sottili e i porri a pezzi di circa 5 cm.
Bucate la carne con una forchetta, salatela leggermente e marinatela in un contenitore con il sake, i porri e lo zenzero per circa 15 minuti.
Preaparate una pentola con dell’acqua e un cestino per la cottura a vapore (bamboo steamer).
Portate l’acqua ad ebollizione, mettete nel cestino un piatto con la carne e gli ingredienti per la marinatura e fate cuocere a vapore per circa 15/20 minuti a fiamma alta.
Nel frattempo preparate la salsa, mescolando tutti gli ingredienti.
Al termine della cottura, fate raffreddare la carne nella marinatura, tagliatela a fette e sistematela su di un piatto di portata con i porri e lo zenzero, versandovi la salsa sopra.

Il sake…La storia del sake va di pari passo con quella del riso, la cui coltivazione fu introdotta in Giappone nel III secolo a.C. dalla Cina e si può dire che il sake è al centro della vita dei giapponesi da allora. Molte cerimonie, ancora oggi, vengono suggellate con un bicchiere di sake: un matrimonio, la costruzione di una nuova casa, una vittoria elettorale, un successo aziendale e, perché no, le riunioni della yakuza, la mafia giapponese.
Nello Harima Fudoki, un antico documento del VIII secolo contemporaneo del Kojiki, vi è una chiara descrizione della produzione del sake. Nel documento si legge che “il riso offerto agli dei si è seccato e si è formata la muffa, da cui si ottiene il sake”.
Il sake, al contrario del vino, non contiene conservanti e, per i sake con denominazione di qualità, nemmeno altri additivi (zuccheri, acidificanti, etc.), che possono essere presenti invece nei sake “normali” (traduzione letterale di futsuushu). Per questo è descrivibile con due sole parole: purezza e freschezza.
Sebbene la bevanda sia composta principalmente da acqua, che rappresenta l’80% del prodotto, e molti produttori lodino le qualità della propria fonte (serve comunque acqua non troppo dura, con poco ferro e manganese), è il riso l’ingrediente fondamentale. Il sake è ottenuto da riso raffinato, un riso diverso da quello che si usa per cucinare. Le varietà più utilizzate sono circa una decina, ognuna delle quali regala considerevoli variazioni al gusto finale. Il più famoso è forse lo Yamadanishiki. Esiste uno specifico nome per il riso da sake: sakamai…

Direi cari amici che per oggi può bastare!!